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MONDO

mercoledì 14 aprile 2021














































LA RIFLESSIONE

Pandemia e resilienza: che futuro vogliamo?





La crisi causata dalla pandemia di Covid-19 ha avuto implicazioni importanti per le nostre vite quotidiane, mostrando le fragilità del nostro modello di sviluppo e accentuandone le disuguaglianze. Se negli anni precedenti l’Italia e l’Europa sembravano avviate verso un sentiero di sviluppo sostenibile, il Covid ha inflitto una battuta di arresto a questo processo, mettendo a nudo le debolezze sociali, economiche e ambientali delle nostre società.

È diventato imperativo, nel disegnare le politiche per la ripresa, pensare a che tipo di futuro vogliamo, e in quest’ottica agire perché ci possa essere un “rimbalzo in avanti”, e non una ricaduta nelle vecchie abitudini che hanno portato alla crisi in corso. Per questo motivo, bisogna assicurarsi che nei Piani di Ripresa e Resilienza vengano incluse considerazioni per rafforzare la resilienza in vista di shock futuri, e che ci sia la consapevolezza che non si può tornare al 'business as usual'. In quest’ottica, l’Agenda 2030 può essere usata come una guida per stabilire gli obiettivi di medio-lungo termine a cui mirare.

Allo scopo, un contributo importante alla riflessione può venire dalla lettura del Documento 'Pandemia e Resilienza', elaborato all’interno della Consulta Scientifica del Cortile dei Gentili e pubblicato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR): liberamente scaricabile al seguente link:

  https://www.cnr.it/sites/default/files/public/media/attivita/editoria/Pandemia-e-resilienza-9-7-2020.pdf

Nella prefazione di Giuliano Amato si legge 'Non si può uscire oggi da un’apocalisse del genere ritornando alla vita di prima e mettendosi alle spalle quella che abbiamo vissuto nelle settimane scorse. Non si può, perché forse ci è ormai impossibile guardare l’altro, l’altro che non conosciamo, senza che insorga il timore del contagio. Non si può, perché forse non riusciamo a liberarci delle nuove vibrazioni del nostro io maturate nella lunga solitudine. Non si può soprattutto perché quello che ci è accaduto ci ha aperto gli occhi sulle tragedie a cui ci esponiamo, avvalendoci del creato, come sinora abbiamo fatto, non per preservarlo e migliorarlo, ma per ricavarne senza limiti tutto ciò che soddisfa i nostri fini egoistici e immediati. Ha inoltre messo a nudo, a volte esaltandolo grazie alla solidarietà, a volte ferendolo a causa delle diseguaglianze, il valore incommensurabile della persona. E ci ha fatto capire quanto il bene comune dipenda certo dai governanti, ma non dipenda meno da ciascuno di noi'.

E ancora, 'Dotati di conoscenze e di tecnologie che mai avevamo avuto in passato, ritenevamo di avere un dominio tale della realtà che ci circonda da poter fronteggiare le evenienze più diverse. È arrivato invece un virus sconosciuto che ci ha cacciato nel baratro dell’incertezza e costretto alle difese che si usavano ai tempi della peste, la distanza e l’isolamento sociale. Ma perché è arrivato? Perché parte del nostro avanzatissimo modello di sviluppo era ed è stato un uso abnorme delle risorse naturali e della stessa atmosfera, che ha profondamente alterato gli equilibri del pianeta e ha scatenato in esso fenomeni mai fronteggiati in precedenza, dai cicloni al posto delle piogge, ai virus sconosciuti. Ecco allora la prima, fondamentale traccia del cambiamento necessario, quella che si sintetizza nella formula dello sviluppo sostenibile'. Un concetto già propugnato nell' Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco, del 2015, qualche mese prima della pubblicazione dell'Agenda 2030, e ampiamente trattato da Velletri 2030.


Di seguito alcune considerazioni di carattere generale che si ritrovano nel Documento 'Pandemia e Resilienza'.

La crisi da Covid-19 ha segnato il trionfo della tecnologia, con le infrastrutture digitali che hanno svolto un ruolo fondamentale nel mantenimento delle funzioni essenziali della società e della ‘socialità’: home-working, didattica a distanza, aiuto psicologico e psicoanalitico attraverso mezzi telematici, comunicazione attraverso canali social. Allo stesso tempo, la Pandemia da Covid-19 ci ha fatto scoprire  che il nostro Paese è indietro sul digitale. La scuola si è adeguata, ma solo in parte. 1/3 dei ragazzi sono rimasti isolati e anche per i restanti 2/3 quel che si è fatto non è sufficiente – salvo alcune lodevoli eccezioni. Occorre portare in fretta ovunque la fibra ottica e riempire lo spettro delle frequenze adatte al 5G. L’indice europeo DESI (Digital Economy and Society Index) sul grado di digitalizzazione dei vari Paesi vede l’Italia al 24° posto su 28 Stati, con un indice di digitalizzazione pari a 44, contro la media europea di 52,5. Un punto merita poi speciale attenzione: tutti, anche e soprattutto i poveri, devono poter accedere alla banda larga e a strumenti tecnologici adeguati al nostro tempo. La banda larga ultraveloce raggiunge il 24% della popolazione italiana; la media UE è del 60%. Gli immobili connessi alla fibra ottica e wireless nella rete a banda ultralarga superano di poco i due milioni. Non si può andare avanti con l’attuale preoccupante diseguaglianza digitale. Occorre dunque lanciare un piano pluriennale straordinario per le infrastrutture digitali. Cosa che è previsto nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Tuttavia, dobbiamo rilevare due cose. In prima istanza, il digitale non ha il potere di surrogare in pieno l’esperienza analogica. Per quanto sia potente e duttile, la digitalizzazione non è una piena surrogazione della relazionalità umana, anche se ha la capacità di sembrare molto simile. Il limite della 'relazione digitale' appartiene quindi strutturalmente al mezzo in questione. La seconda questione è che la digitalizzazione delle relazioni non è stata uniforme, ma ha seguito e spesso accentuato l’andamento delle disuguaglianze sociali.

L’emergenza provocata dal Covid-19 può quindi essere vista come il primo grande momento di dibattito tecnologico, dove gli algoritmi vengono discussi prima di essere messi in funzione, con un notevole rovesciamento di prospettiva rispetto anche solo ad alcuni mesi fa, quando la Società, soprattutto a livello politico-legislativo, sembrava correre dietro allo sviluppo delle varie tecnologie abilitanti che si diffondevano sul mercato. La crisi del Covid-19 ha accentuato, invece, la necessità di investire ulteriormente nella tutela sia legale sia fisica dei dati, al contempo rilevandosi però una potente occasione per elaborare la necessaria integrazione delle politiche sanitarie, un campo fino a oggi rimasto di competenza esclusiva degli Stati-Membri.


La tecnologia giocherà un ruolo fondamentale secondo Antonella Sciarrone Alibrandi del Cortile dei Gentili. C'è però bisogno di una regolazione della tecnologia, di politiche adeguate e di un apparato giuridico che usino come driver il concetto della resilienza tecnologica. Un passaggio possibile solo “se si pone al centro l’uomo” e lo sviluppo sostenibile dell’economia e della società. “La tecnologia non è un fine, ma uno strumento che deve servire in funzione della sostenibilità e delle relazioni umane”.

In sintesi, è indispensabile che l’innovazione tecnologica sia al centro di un progetto politico ed etico che prenda in considerazione il fattore tecnologico alla luce di un approfondimento dei valori e dell’applicazione dell’insieme delle categorie del pensiero. In questa prospettiva, è da apprezzare il dialogo avviato fra il Vaticano e alcune aziende tecnologiche globali e Istituzioni per promuovere valori etici nello sviluppo tecnologico. Su questo tema bene si inserisce il contributo e le osservazioni di Francesco Varanini, già relatore in un recente Webinar di Velletri 2030, sul significato del Documento 'Rome Call for AI Ethics' firmato il 28 Febbraio 2020 dal Presidente della Pontificia Accademia per la Vita in rappresentanza del Vaticano, dal Ministro per l’Innovazione Tecnologica del governo italiano, dalla FAO, da Microsoft e IBM.

In conclusione, siamo di fronte ad un aumento della complessità che richiede conoscenze e atteggiamenti nuovi, che vanno oltre le desuete logiche NIMBY (Not In Mine Back Yard), o più terra terra 'fate quello che volete ma non toccate i miei privilegi', e richiede una classe politica preparata ad affrontare la complessità. Tutto questo può trarre vantaggio dalla nascita di una forte coscienza sociale.













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