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MONDO

venerdì 30 aprile 2021




























EDITORIALE

Se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorar!





“Se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorar”: manifestazioni e rivendicazione dei diritti dei lavoratori affondano le proprie radici in antichi tempi. La cultura del lavoro, del “negotium”, è sempre stata parte della vita sociale dell’essere umano. Solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, però, la rivoluzione industriale ha reso sempre più urgente e necessaria una regolamentazione che evitasse lo scivolamento nello sfruttamento.

I grandi cambiamenti sociali, infatti, hanno scosso gli equilibri: voglia di lavorare significa aumentata richiesta e spesso capovolgimento dei ruoli. Il padrone può approfittarsi dell’operaio, perché sa che l’operaio ha bisogno. Chinare il capo una volta può inoltre essere fatale: a furia di dire “è sbagliato, ma lo fanno tutti” si finisce per restare nel torto proprio a discapito di tutti.

In Italia la “Festa dei Lavoratori” viene ratificata nel 1891. Una celebrazione fortemente sentita, anche perché nata come risposta ad eventi sanguinari come quelli di Chicago nel 1888 quando furono uccisi diversi manifestanti in sciopero. Il Fascismo tentò, nel suo progetto di emulazione delle consuetudini imperiali romane, di spostare al 21 aprile (il Natale di Roma) la festa, ma dal 1945 si tornò a segnare in rosso sul calendario il 1° maggio.

Primo maggio significa attualizzazione ciclica di uno dei più bei dipinti della storia dell’arte italiana: “Il quarto stato” di Pellizza da Volpedo. Realizzato tra il 1888 e il 1901, è oggi esposto al Museo del Novecento di Milano e simboleggia con i suoi colori sospesi e con gli sguardi fieri dei braccianti l’avanzata inesorabile dei lavoratori. Un’avanzata lenta, meditata, non eccessivamente frenetica: messaggio che se il popolo del lavoro si unisce con raziocinio e agisce con intelligenza, può spaventare e soprattutto non può essere bloccato.

Pellizza da Volpedo pone in primo piano due uomini, e al loro fianco una donna con un bambino in braccio. Tutti guardano in direzioni diverse, poiché nulla sfugge alla loro ottica e non saranno le diverse vedute a dividerli nella richiesta di un bene comune e primario, quello del diritto al lavoro e del diritto sul lavoro.

Il primo maggio oggi è più necessario di dieci, quindici e vent’anni fa. Abbiamo accettato i soprusi, il precariato, la mortificazione della professionalità rassegnandoci al tenere quello che ci viene dato perché è meglio di niente.

Non è vero.

Siamo soltanto soggiogati dalla falsa idea della facile sostituzione. “Se cacciano me, prendono un’altra persona e hanno risolto”, i padroni. Avranno risolto soltanto se l’altra persona accetterà di sottostare a condizioni non degne.

Insomma, ribellarsi funziona sempre: se perdi il lavoro perché ti ribelli e come te si ribelleranno tutti, il “padrone” dovrà piegare la testa. Se perdi il lavoro perché ti ribelli e quello dopo di te non si ribella perché ha effettivamente avuto un miglioramento delle condizioni lavorative, hai vinto.

Se l’Italia fosse veramente una Repubblica fondata sul lavoro, non ci sarebbe neanche più bisogno di parlare di diritto e ribellione. E invece serve più oggi che negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta. Con la differenza che i soprusi di oggi sono più sottili, più nascosti, più accolti dalla nostra logorata psiche.













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