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MONDO

lunedì 3 maggio 2021













































































































PUNTO DI VISTA SULL'IMPERATOR

L'opinione: Augusto, la pace come ancella della Guerra





In tutte le opere storiche e politiche che ho scorse, Augusto è presentato primariamente come il grande pacificatore, il sacerdote officiante all’”Ara pacis augustae”, e, in seconda battuta, come il rilanciatore delle pacifiche opere agricole. Questa figura è stata mitizzata fino a suggerire consonanze con quella di Gesù, che avrebbe scelto il tempo della sua “pax” per incarnarsi. L’altra figura, quella di protagonista dell’ultima guerra civile, con massacri a freddo come quello di tutti gli uomini di governo perugini, “colpevoli” d’aver aperte le porte della città ad un suo avversario, proscrizioni dei vinti e conseguenti confische e stragi, sempre a freddo, che superarono quelle sillane, appare in genere sfumata. Ma c’è una quarta figura, quella che, dopo il quadriennio seguente la vittoria di Azio, durante il quale dimostrò ampiamente capacità organizzative politiche ed economiche forse superiori a quelle dello zio Cesare, collocò decisamente la pace nel dimenticatoio, e, montato a cavallo in testa alle legioni, partì per la Spagna. Tutto il quarantennio dal 27 a. C. alla sua morte, 14 d.C., fu una serie, interrotta solo per pochi anni, di guerre, tutte d’aggressione, o di repressione di rivolte, guerre da lui concepite, organizzate, ed eseguite o fatte eseguire. Anche in contemporanea. E’ di questa quarta figura che intendo trattare.

 

1.Nomi, fatti e date.

 

Si può affermare che fu esclusivamente per la fondamentalità che una riorganizzazione di tutto ciò che era già sotto dominio romano, specie dell’Italia, che Augusto si prese quel quadriennio di respiro. Certamente aveva già in mente da anche prima il lavoro da fare. A parte la marginale spedizione iberica, c’ era da completare l’occupazione dell’Italia, impossessandosi dell’arco alpino da ovest ad est, ed a nord fino ad Aosta, circa 60000 kmq.Poi, in un raggio di circa seicento chilometri con origine al “miliarium aureum” del Capitolio, a partir dalla Tracia, e risalendo poi lungo Dacia, Pannonia, Norico, e poi in Germania addirittura fino all’Oder, tutto quello che ancora c’era, più o meno 600.000 kmq. Poi qualche altra robbettola, il confine egizio ( che interessava moltissimo Augusto, perché s’era autoassegnato quella provincia in proprietà privata, come la vigna veliterna ereditata da suo padre) minacciato dagli Etiopi, o l’Armenia, minacciata dai Parti. Dunque, non c’era un altro giorno da perdere con la Dea Pax. In due anni sistema Asturie e Galizia, mentre altri generali portano avanti l’occupazione a tappeto dell’arco alpino, cominciando dalla Rezia, che non s’era piegata come i Galli della Pa dania, ed in qualche anno le Alpi sono sotto controllo romano. Nel 22, ancora a. C., viaggio diplomatico per tener buoni i Parti, ed anche un assassinio politico degli o per conto degli 007 romani. Nel 17 a C. proclama l’inizio del “Saeclum” di pace, che non fa durare neanche un anno, perché nel 16 a. C. lui in persona, dalla Gallia, coordinandosi ( anche senza cellulari) coi suoi figliastri Tiberio e Druso in Dalmazia, scatena un attacco verso nord su un fronte di 400 chilometri, occupando l’Austria e sfondando fino alle sorgenti del Danubio, ed alla Baviera .Nel 12 è invasa la Pannonia. Inizia ora un “ventennio antigermanico”, di continui attacchi che portano i romani prima all’Elba, poi addirittura al Weser. Dopo la lunghissima campagna, nel 9 a.C. inaugurazione dell’”Ara pacis Augustae”, e stavolta il “break” dura forse meno dell’altra volta, se nel 10 Tiberio riparte per la Germania, perpetrando, tra l’altro, una strage a tradimento. Dopo una formidabile rivolta di Dalmati e Pannoni, che impegna molte legioni, e poi, nel 9, la fine delle campagne germaniche. Nella “widuwig” “battaglia nella foresta”, quella di Teutoburgo, della quale quei guerrieri, guidati da Hermann (Arminio) erano specialisti, tre legioni sono circondate ed eliminate fisicamente. Ma non era finita lì, perché Augusto, pur vedendo impossibile una “spedizione punitiva” mandò comunque altre truppe a dar fastidio da quelle parti, con la scusa di “rafforzare il confine”.

 

2. Imperator e imperatum

 

La parola “imperium” non aveva, al tempo in cui Augusto, portando avanti l’innovazione dello zio Cesare, fondava su di essa il proprio sistema di governo, il significato geografico che gli diamo adesso. “Imperium” era la forma più dura, pesante, indiscutibile, irrefutabile, militare, di “ordine”, “comando”. Il verbo “imperare” deriva da “in parare”. “In”, in latino, ha due significati “dentro” e “contro”. Quindi “imperium” può voler dire sia “ atto di preparare dentro”, e “atto di preparare contro”. In bocca all’”imperator”, che era un comandante militare, poteva fondere entrambi i significati: “atto di preparare interiormente, mentalmente, ad andare contro”. Nell’atto d’emettere l’”imperium”, per esempio, “avanti!” , l’imperator è la parte attiva, mentre l’”imperatum”, il milite cui è stato dato l’ordine, è la parte passiva: non può far altro che eseguire, pur se ritiene sbagliato quell’ordine. Sono arrivato all’ultimo passaggio: sia all’interno, cioè nella vita politica, sia all’estero, cioè nella guerra, quando il regime è imperiale il ruolo dell’”imperatum” è sempre passivo, fino all’annullamento della personalità, quello dell’”imperator” sempre attivo, fino alla pretesa d’onnipotenza. Non è malignità dire che la divinizzazione autoconferitasi da Augusto mirasse essenzialmente a questo suo aspetto. Onnipotenza. Cioè “imperium in ogni luogo”. L’”imperator” si pone di fronte all’abitante del mondo non romanizzato nel suddetto rapporto da attivo a passivo. Allora due sono le opzioni, per entrambi, ce le specifica Virgilio. La prima “parcere subiectis”. Se all’imperator il reto renitente ad allinearsi coi padani si piega, dice signorsì, si dichiara “imperatum”, sarà perdonato. Se no, seconda opzione. “Debellare superbos”. Il reto dice di no. Allora l’imperator gli dice “superbo, tu capisci solo le cattive”, e via con la guerra. Virgilio- su indicazione d’Augusto- dice che questo modo di fare è volontà degli dei venerati da Roma, che la pretesa del diritto del popolo romano di “imperare” a tutto il mondo è d’origine divina, dunque sacra ed inviolabile. Opino che l’innovazione “imperativa” d’Augusto segni una rottura netta con tradizione espansionistica della Roma repubblicana. Questa, partendo da una sostanziale uguaglianza tra potenze, usava più o meno frequentemente lo strumento federativo o sociale: facciamo pace, tu mantieni le tue istituzioni, i tuoi armati, basta che quando un terzo ci aggredisce tu combatti con noi contro di lui. Ora, ogni uguaglianza è spazzata via, perchè da un lato c’è “Roma capoccia” e dall’altro “er monno ‘nfame”: unico rapporto possibile tra i due, l’”imperium”.

 

3. I mezzi usati

 

Augusto sfruttava senza il minimo scrupolo religioso l’asimmetria, talvolta enorme, tra la strapotenza militare romana e le forze dei difensori del proprio suolo. Provocatorio era il sistema invasivo: impiantare “colonie militari”, cioè accampamenti autosufficienti logisticamente, situati su direttrici di penetrazione, e possibilmente collegati tra loro, dai quali scatenare azioni di devastazione a scopo terroristico, per far capire costantemente agli abitanti che cosa significava l’”imperium romanum”. Ovviamente c’era il rischio che questi fortilizi, specie quelli più isolati, potessero esser oggetto di assalti dei resistenti, con eventuali massacri. Ma non era un problema per Augusto, le risorse umane da immolare alla grandezza di Roma erano illimitate, ed il “princeps pacis” non si vergognò minimamente, verso la fine del suo regime, di battere ogni record di militarizzazione, mobilitando oltre 120.000 uomini, tanto pagava il contribuente romano, ben “imperato”. Ed anche aiutato dal fatto che in certi casi Augusto disponeva, ad oltraggio dei vinti, la vendita come schiavi dei giovani, autentiche deportazioni ed assaggi di pulizia etnica, secondo questa “sistemazione giuridica”: “Siccome tu hai perso, non hai nessun diritto di abitare dove ti pare, ce l’ho io, perché la tua terra ora è mia, e sono io che faccio come mi pare, anche di te. E ringrazia Augusto che ancora t’ ha lasciato la testa attaccata al collo”. In territori già sottomessi, come la Dalmazia, la brutalità fiscale scatenava violentissime rivolte, con repressioni ancor più feroci. Quattro secoli dopo un tunisino, pur profondamente romanizzato,Agostino di Tagaste, avrebbe definito l’impero realizzato “magnum latrocinium”. La traduzione non serve.

 

4. Conclusione

 

Eppure nei secoli la figura augustea scivolò in genere più in abbigliamento sacerdotale che militare, lasciando a zio Cesare la gloria di questo secondo tipo. Direi che solo a fine ottocento, e proprio in concomitanza dei primi conati d’imperialismo straccione, venne in qualche modo disseppellita da un Carducci inebriato d’una sua – ed anche savoiarda e crispina- romanità “espansiva”. Ma chi lavorò con più slancio alla riesumazione ed all’additamento d’Augusto a modello per sé stesso fu Mussolini. Ben più pericolosamente di Carducci, l’inebriamento lo portò alla follia di voler arraffare in sette anni quanto Roma in sette secoli. Però, a parte i risultati, il duce del fascismo imitò perfettamente l’ Augusto dell’”imperium” , nel considerare “cosa nostra” le terre aggredite, nel condividere l’idea dell’indispensabilità della “purezza di sangue” di un “herren volk”(Augusto con leggi matrimoniali contro le unioni fra romani e non, Mussolini con quelle contro il meticciato) e finalmente nel ritenere vera gloria il sospingere verso la morte i figli della propria patria per infliggere la morte a dei difensori della propria patria. L’unica diversità, del tutto formale, fu che, mentre Augusto si faceva grande fingendo amor di pace, Mussolini, appena salutato come “uomo di pace” dopo una conferenza in cui aveva frenato il cozzo tra Hitler e Francia-Inghlterra, s’incavolò di brutto, prendendo quel titolo come un insulto!













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