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MONDO

martedì 20 luglio 2021





LA STORIA

Don Giuseppe Morosini






Nato a Ferentino nel 1913, ultimo figlio di numerosa famiglia profondamente cattolica, adolescente entra nella Congregazione della Missione, un ramo delle opere di san Vincenzo de' Paoli che lo aveva particolarmente attratto. Parallelamente agli studi teologici porta avanti quelli musicali, rivelando anche talento di compositore. E' ordinato sacerdote nel 1937.

 

Quando Mussolini, nel '41, idea l'aggressione alla Grecia, Don Giuseppe, non per altro che per lo slancio di condividere il rischio dei ragazzi spinti al fronte, si offre volontario come cappellano militare, ed assegnato ad assistere un reparto d'artiglieria bergamasco in Croazia. Nel '43, dopo il bombardamento alleato del quartiere San Lorenzo, viene richiamato a Roma, per assistere, nella scuola “Pistelli”, i ragazzi che erano rimasti senza tetto. Dopo l'8 settembre e la deportazione degli ebrei del ghetto di Roma, Don Giuseppe inizia una rischiosissima attività, entrando nel Fronte Militare Clandestino, organizzato da Giuseppe Cordero di Montezemolo, che coordina l'esercito italiano in armi contro i nazifascisti con i movimenti partigiani. Grazie al pentimento, senza virgolette, d'un ufficiale austriaco della Wehrmacht, incontrato in un ospedale, Don Giuseppe riesce ad ottenere una mappatura dello schieramento tedesco a Cassino.Come Don Pietro Pappagallo accoglie( nel collegio Leoniano) chiunque sia ricercato dalla Gestapo, e gli procura documenti falsi. Il Giuda che lo consegna a Kappler è un certo Dante Bruga, infiltrato tra i partigiani di Monte Mario, che lo vende per una somma enorme per l'epoca e le circostanze, 70.000 lire. Il 4/1/'44 viene arrestato, e tradotto nella cella 382 di Regina Coeli. Da subito gli viene impedito di celebrare la messa, ma non di recitare ad alta voce il rosario, che riecheggia nel corridoio. Conforta gli ultimi giorni d'un un suo compagno di cella anch'egli condannato a morte, che doveva avere un terzo figlio, componedo parole e musica d' una ninna nanna. Sotto tortura non solo non rivela nulla, ma s'addossa anche imputazioni di altri, per salvarli, come l'amico Bucchi, arrestato con lui.

 

Queste falsità lucidamente premeditate salveranno la vita all'amico, ed a lui costeranno la condanna a morte. Sandro Pertini ricorda che lo incontrò mentre usciva da un interrogatorio. Mentre il giovane socialista fissava il volto tumefatto ed illividito del sacerdote, s'accorse che lo sforzo di sorridergli gli aveva fatto sanguinare le labbra. Risulta che il papa Pio XII avesse invocato direttamente da Hitler che la sentenza non fosse eseguita, incassandone un isterico rifiuto. La mattina del 3 aprile '44 Monsignor Traglia, vicario di Roma, varca la soglia di “Regina Coeli” per assistere li “suo” sacerdote. “Ci vuole più coraggio per vivere che per morire”gli dice Don Giuseppe, citando volontariamente o meno, Majakovskij. Poi il prelato lo autorizza a celebrare la sua ultima messa. Diversamente che alle Ardeatine, dove Kappler aveva tenuto morbosamente che i fucilatori fossero solo tedeschi, quella mattina del 3 aprile '44, al forte Bravetta, il plotone d'esecuzione era formato da italiani. Erano soldati della PAI, Polizia Africa Orientale, smobilitati da quel fronte dopo la perdita dell'ultimo brandello d'impero pochi mesi prima.

 

Traglia ottiene che Don Giuseppe non venga ammanettato, e possa benedire quei giovani che per cui aveva finora vissuto, che era andato a raggiungere nel pericolo. Poi il cappellano alza il viso verso l'alto:” Dio, perdona loro, perchè non sanno quello che fanno”. Forse, in quegli ultimi secondi, prova la sensazione incomunicabile di pienezza suprema immanente alla sua vocazione: quella della totale identificazione tra sé ed il martire del Golgota. Dei dodici fucilatori, 10 rischiano di fare la stessa fine di Don Giuseppe. Riuscendo a sentirsi italiani, cristiani, o semplicemente uomini prima che braccio armato della Germania nazista, sparano volontariamente fuori bersaglio. I due colpi, portati a segno da due ragazzi “disciplinati” non sembrano mortali. Ed allora ecco il “fratello maggiore” prudentemente distaccato a supervisionare l'operazione, lo SS, altri invece dicono un fascista. pistola in pugno, che corregge quell'errore d'esecuzione.Aggredisce alle spalle il ferito, per finirlo con due colpi alla nuca. E, per maggior sicurezza, col colpo di grazia.








































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