INTERVISTE
27/10/2020


Malattie infiammatorie intestinali e covid, rischi maggiori? Lo spiega il professor Carlo Ricciuti


Rettocolite ulcerosa e morbo di Chron non sono più malattie rare. Secondo quanto pubblicato dalla Fondazione Veronesi lo scorso anno, infatti, da un'autorevole ricerca è emerso che dal 2000 al 2017 il numero delle persone alle prese con una malattia infiammatoria cronica intestinale è cresciuto del 55% per la RCU e dell'83% per il morbo di Chron. Numeri vertiginosi, senz'altro alimentati dalla più performante e puntuale diagnostica. Ma con questi pazienti bisogna fare i conti: cure, paure, clinica. E adesso il covid, che mette a dura prova l'emotività e la fragilità di pazienti già alle prese con sintomi più o meno violenti e ricorrenti. Il professor Carlo Ricciuti, gastroenterologo e infettivologo, ha un'esperienza di anni e anni con queste patologie e in un'accurata intervista ha parlato proprio di Chron, RCU e rischi dovuti al covid.

 

Professor Carlo Ricciuti, lei è specializzato in gastroenterologia e cura da anni patologie infiammatorie croniche intestinali come la colite ulcerosa e il morbo di Crhon. Quali sono i passi che la scienza ha messo a punto, negli ultimi anni, in merito alla cura di queste malattie croniche?

 

La ricerca nel campo delle terapie per le malattie di origine autoimmune, e nella fattispecie le malattie infiammatorie croniche intestinali, chiamate con l’acronimo MICI, è quanto mai attiva e promettente. Alle terapie classiche si affiancano da alcuni anni farmaci sempre più mirati alla eliminazione delle cause immunologiche che le scatenano e ne mantengono l’attività. In attesa che vengano immessi sul mercato rimedi sempre più selettivi e privi di reazioni avverse rispetto a quelli, impropriamente chiamati biologici, quali gli anticorpi monoclonali di cui disponiamo finora, la terapia oggi a nostra disposizione, che comunque dà ottimi risultati, è basata sull’uso della mesalazina, della salicilazosulfapiridina, dei corticosteroidi sia per somministrazione sistemica che topica, e farmaci immunosoppressori dei quali appunto fanno parte gli anticorpi monoclonali anti TNF, il cui capostipite fu a metà degli anni ’90 l’infliximab. Quindi guarderei al futuro con ottimismo.

 

Spesso si colpevolizza il cibo per queste malattie. C'è una dieta specifica che si può seguire oppure dipende da persona a persona? Quali sono i consigli alimentari che da gastroenterologo consiglia ai suoi pazienti?

 

Da quando si conoscono queste patologie si è sempre cercato di trovare una causa riferibile all’alimentazione. Fino agli anni ottanta dello scorso secolo la maggior parte degli studiosi riteneva che il latte ed i suoi derivati potessero fare male, in qualche modo peggiorando la sintomatologia, e condizionare l’evoluzione stessa della malattia. In realtà poi si è visto che questi alimenti non avevano un grande impatto sulla malattia ed i disturbi che si potevano generare dalla loro assunzione erano legati ad intolleranze dei singoli soggetti. Anche se molti ritengono che il latte sia con il lattosio, lo zucchero contenuto nel latte e nei latticini, che per il deficit dell’enzima che lo fa digerire può aggravare la diarrea, sia con le sue proteine, possa contribuire all’infiammazione. Fermo restando che ognuno di noi ha una diversa sensibilità ad alimenti e bevande, cosa che richiede un’alimentazione personalizzata, ci sono regole generali che è bene seguire. Attualmente si cerca di evitare il più possibile, oltre al latte di mucca, il consumo di alimenti contenenti glutine, specialmente le farine di frumento lavorate, zero e doppio zero, ed i prodotti da queste derivati, preferendo i cereali privi di glutine e quelli con glutine ‘a basso impatto’ tipo avena o farro. È importante mantenere basso il consumo di carni rosse, specialmente quelle di maiale e lavorate, dove, a parte le loro caratteristiche intrinseche di tossicità legata ad un eccessivo consumo, la presenza di nitrati e nitriti, utilizzati come conservanti, può aumentare il rischio di neoplasie intestinali. Così come di bevande alcooliche e superalcoolici, anche se una moderata quantità di vino, molto meglio se biologico, o birra possono essere assunte senza problemi . È anche importantissimo, specialmente nel morbo di Crhon, dove possono essere presenti dei tratti stenotici del tubo digerente a causa dell’infiammazione, evitare le bucce, i semi legnosi che vanno allontanati, le fibre vegetali grossolane e le spezie che possono irritare e creare nel lume intestinale ostruzioni al passaggio del materiale fecale. In condizioni di non acuzie della malattia è importante magiare seguendo una dieta ricca di frutta, specialmente nostrana incluse le banane, verdure tenere e poco fibrose, cotte o crude, magari sotto forma di minestre ‘vellutate’, legumi passati, sì da fornire anche una importante quantità di anti ossidanti e rimuovere dall’intestino, attraverso la loro azione di pulizia meccanica, anche i prodotti derivanti dal disfacimento della mucosa infiammata.

 

Secondo la sua esperienza, vi è correlazione tra lo stress e l'ansia e la RCU? Quanto incide la psicosomatica sui pazienti?

 

Tenendo presente che l’80% dei neurotrasmettitori, che regolano il funzionamento del nostro sistema nervoso e del resto dell’organismo è situato nell’apparato digerente, e soprattutto nell’intestino, è chiaro che qualunque situazione stressante che possa generare ansia si riflette amplificata su di esso. Da decenni sono stati fatti studi in merito, e questa correlazione è emersa chiaramente. Noi siamo delle entità e non un insieme di organi ed apparati indipendenti. Il sistema nervoso è in relazione con il sistema endocrino ed il sistema immune in un reciproco scambio di condizionamenti ed interazioni sia in positivo che in negativo. Ogni essere umano ha una sua propensione costituzionale ad ammalarsi di specifiche malattie, che coinvolgono organi ed apparati differenti a seconda della costituzione fisica, che gli antichi medici greci chiamavano Diatesi. Vale a dire che una soggetto si ammalerà più facilmente rispetto ad un altro di una malattia se avrà una particolare costituzione che lo predispone ad essa. Nella mia esperienza di quasi quaranta anni non ho mai visto un soggetto ‘menefreghista’ ed insensibile essere affetto da malattie infiammatorie intestinali tipo il Crhon e la RCU. Gli affetti da queste sono nella quasi totalità costituiti da persone sensibili, attenti ai bisogni degli altri, con un larvato senso di colpa e la preoccupazione di non essere all’altezza di fare il loro dovere e deludere le aspettative, in ambito affettivo o di lavoro, che ritengono riposte su di loro. Naturalmente nella genesi di queste malattie ci sono altre cause di natura completamente diversa, la maggior parte delle quali non ancora note; ma nella mia esperienza ho constatato che spesso riequilibrare il sistema nervoso porta a dei miglioramenti incredibili del quadro clinico, così come in occasione di forti stress emotivi ho notato quasi sempre un peggioramento della sintomatologia.

 

Veniamo al covid: un malato di RCU, secondo la letteratura scientifica e le evidenze dimostrate, è più a rischio di un soggetto che non ha RCU?

 

Non ci sono evidenze per questo. È ovvio che un soggetto che sta facendo terapia imunosoppressiva con corticosteroidi o altri farmaci è più vulnerabile di altri e deve mettere in essere misure di profilassi dall’infezione come spiegato più avanti.

 

Ci sono delle precauzioni particolari che i pazienti affetti da RCU devono seguire, oltre alle consuete norme anti-contagio, per stare più tranquilli?

 

Quelle che dovremmo tenere tutti, con un pizzico di attenzione in più. Uso della mascherina, in questo caso meglio se FP2 KN95, che proteggono in misura maggiore rispetto alle chirurgiche, uso degli occhiali o dello schermo facciale trasparente, che riduce quasi a zero il contagio, lavaggio e disinfezione della mani, che non vanno mai portate alla bocca o agli occhi se non sono perfettamente pulite, distanziamento e dove possibile l’evitare luoghi affollati o dove sono presenti assembramenti di persone.

 

Una delle paure principali dei pazienti MICI è quella di avere un aumentato rischio di tumore al colon o di essere più deboli di fronte ad episodi virali, non solo il covid. Come si affrontano queste due paure e quanto sono fondate?

 

Queste sono patologie complesse e multifattoriali che coinvolgono, specialmente il morbo di Crhon, vari organi ed apparati. Spesso i pazienti sono in terapia cortisonica ed immunosoppressiva e quindi più soggetti a contrarre infezioni o patologie, soprattutto infettive, legate all’uso di questi farmaci. Però, nella mia esperienza, con le opportune precauzioni i miei pazienti sono persone che vivono una vita perfettamente normale. Purtroppo per la RCU ci sono evidenze di un aumento del rischio di tumori colici, anche se nella mia carriera pazienti con neoplasie intestinali, effettuando i controlli previsti (colonscopie periodiche, anche stando in remissione clinica) e seguendo le terapie, anche in un arco temporale di 40 anni, praticamente sono stati pochissimi. Naturalmente la più importante arma che abbiamo sono i controlli clinici e strumentali da effettuare con regolarità. Oltre uno stile di vita sano ed una alimentazione appropriata.

 

Un'ultima domanda: molti si chiedono se sia sicuro in questo periodo fare diagnostica invasiva (colonscopie, gastroscopie). C'è il rischio che la prevenzione venga allentata per via del coronavirus?

 

Se si tratta di esami indispensabili e/o programmati per il follow up della malattia, consiglio vivamente di farli e non procrastinarli, naturalmente seguendo tutte le norme di prevenzione e precauzioni del caso.

 



Intervista a cura di Rocco Della Corte



















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