PSICOLOGIA
30/10/2020


Covid 19, che fatica! La Pandemic fatigue, risvolti psicofisici di una pandemia senza fine


La Pandemic Fatigue, come ogni manifestazione di malessere, è espressione di un segnale che può aiutarci a dirigere lo sguardo verso il nostro mondo interiore: qualcosa che ci ricordi di prenderci cura di noi, prestando attenzione ai nostri bisogni. 

 

Cos’è la Pandemic Fatigue?

 

Nuove restrizioni, contagi in impennata, coprifuoco, pericolo, allerta, quelle raccomandazioni che potrebbero lasciar presagire un prossimo ulteriore lockdown. Il lessico bellico che ci accompagna ormai da circa nove mesi, e che speravamo aver in parte superato, ricompare a descrivere una situazione emergenziale. Il Covid-19 torna a saturare ogni spazio, e sembra voler occupare non solo il presente, ma tutte le proiezioni al futuro e gli slanci progettuali, ri-chiedendo una stretta ulteriore, rinnovate cautele, nuove condizioni. Molte persone, in questo periodo così difficile e critico, stanno sperimentando una condizione psichica e fisica di particolare malessere e vulnerabilità. I dati raccolti da Economist e YouGov, lasciano emergere come l’inevitabile reazione psicologica a una situazione di limitazione di lunga durata, della quale non si ha una percezione di fine, abbia nome e caratteristiche ben precise. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la chiama Pandemic Fatigue: una condizione ampiamente diffusa in questo periodo (interessa circa il 60% degli intervistati in Europa) che si sviluppa a partire da una sensazione di insicurezza prolungata e continuativa. La fatica dovuta alla pandemia viene definita dall’OMS come “una risposta prevedibile e naturale a uno stato di crisi prolungata della salute pubblica, soprattutto perché la gravità e la dimensione dell’epidemia da Covid-19 hanno richiesto un’implementazione di misure invasive con un impatto senza precedenti nel quotidiano di tutti, compreso di chi non è stato direttamente toccato dal virus». La Pandemic Fatigue può dunque esser definita come una reazione psicofisica a eventi eccezionali prolungati da cui scaturisce uno stress duraturo, caratterizzata da stanchezza globale, sensazione di sfinimento, sfiducia e svogliatezza. Queste manifestazioni di disagio psicofisico hanno avuto nell’ultimo periodo un largo incremento, risultando frequenti e condivise da una vasta popolazione. I diversi sintomi che caratterizzano la Pandemic Fatigue possono includere la sensazione di spossatezza, perdita di vigore psichico, stanchezza mentale, apatia, scarsa energia, nervosismo, allerta, confusione, difficoltà di attenzione e concentrazione, tristezza, rabbia, paura, solitudine, ineluttabilità, impotenza, calo dell’autostima, fatica ad accedere a tutto ciò che rientra nell’area del piacere. Anche il manifestarsi dell’insonnia centrale o ritardata, sensazione di costrizione al petto, facilità nel pianto, apatia, anedonia, rientrano nella vasta gamma di sensazioni corporee, psichiche, cognitive ed emotive che molte persone in questo momento tendono a sperimentare.

 

Da cosa scaturisce la Pandemic Fatigue?

 

Questa forma di stanchezza risulta particolarmente ingannevole poiché all'inizio non è facilmente riconoscibile. Tra i diversi livelli implicati in tale fenomeno, in primo luogo, la percezione del fattore tempo ricopre un ruolo centrale. L’impossibilità di avere una cornice temporale definita e limitata ci pone in una condizione di imprevedibilità e assenza di confine che rende più difficile la decodifica dell’esperienza. La mancanza di un dato temporale alimenta la sensazione di incertezza, andando a minare il senso di sicurezza individuale. Dunque un tempo che appare prolungato, dilatato e percepito come vuoto (nel suo dover esser impiegato forzosamente in casa) porta con sé una sensazione di sconfitta che pare privarci dell’energia e della motivazione necessarie per mettere in campo tutte le misure possibili per proteggere sé stessi e gli altri e per fronteggiare una seconda ondata. Uno dei segnali attraverso i quali la Pandemic Fatigue trova espressione, sarebbe infatti l'insofferenza verso le regole per contrastare l'epidemia. L’individuo tenderebbe nel corso del tempo a maturare fastidio e intolleranza verso tutte quelle misure di protezione necessarie ma avvertite come invasive. Se inizialmente esse sembravano esser state accettate con risposte sufficientemente cooperative, anche in virtù di un improvviso timore per l’incolumità propria e altrui, nel corso del tempo l’impatto prolungato delle restrizioni sulla vita quotidiana è apparso sempre meno tollerabile (distanziamento fisico, mascherine per tutto il giorno, limitazione dei contatti tra familiari, stravolgimenti delle modalità scolastiche e lavorative con attivazione delle modalità a distanza). L’incremento del senso di perdita e della frustrazione ad esso conseguente, avrebbe comportato secondo l’OMS la diminuzione dei comportamenti protettivi. Lo stesso “abituarsi” al virus avrebbe comportato errori grossolani. Come indica l’Oms, «la paura si cancella quando la popolazione si abitua alla minaccia e si ripetono le stesse abitudini nel tempo». Paura intesa come quello stato emotivo capace di elicitare dei comportamenti di autoconservazione e protezione, che però viene desensibilizzata da un’esposizione prolungata allo stimolo ‘spaventoso’. 'La conseguenza più grave dello sfinimento che pian piano prendeva tutti coloro che continuavano la lotta contro il flagello non era tanto questa indifferenza agli eventi esterni e alle emozioni altrui, quanto la trascuratezza cui si lasciavano andare. (…) Sicché quegli uomini si ridussero troppo spesso a ignorare le norme igieniche da loro stessi stabilite…'. (Albert Camus, 1947) Se il sovra-apprendimento ci catapulta in un effetto déjà-vu, che ci porta a pre configurarci degli scenari già vissuti, dall’altro canto la frustrazione collettiva ha sembrato avvicinare molti individui e gruppi a posizioni più fataliste o negazioniste.

 

Chi sono le persone più esposte?

 

Sembriamo tutti trasversalmente esposti a tale fatica, e i tempi di reazione paiono per lo più ascrivibili ad una dimensione individuale di capacità di fronteggiamento. Le persone tendenzialmente più colpite sono spesso coloro che vivono questa difficoltà all’interno della loro quotidianità in maniera costante e diretta, come ad esempio gli operatori sanitari, più esposti a sentimenti di impotenza e paura derivanti dal ruolo ricoperto professionalmente, e più a rischio per quanto riguarda fenomeni psicologici specifici come lo stress lavoro correlato. Nonostante vi sia una certa trasversalità all’interno delle diverse fasce di età, si rileva una maggiore prevalenza nell’età adulta, età in cui si riveste il ruolo di genitore ma anche di figlio, ed è possibile sentire il carico di contenimento della preoccupazione di un possibile contagio dei propri familiari, e un senso di protezione nei loro confronti che lascia poco spazio al senso di angoscia, vulnerabilità e smarrimento personale. Se gli adolescenti fronteggiano l’angoscia attraverso atteggiamenti trasgressivi, o al contrario, meticolosamente aderenti alle restrizioni imposte; i più piccoli sembrano beneficiare del contenimento emotivo e della rassicurazione di un ambiente familiare accogliente e supportivo, percepito dunque come sicuro.

 

La possibilità di incontrare noi stessi per fronteggiare la fatica

 

La Pandemic Fatigue, come ogni manifestazione di malessere, è espressione di un segnale che può aiutarci a dirigere lo sguardo verso il nostro mondo interiore: qualcosa che ci ricordi di prenderci cura di noi, prestando attenzione ai nostri bisogni. Ci ricorda che oltre il disagio abbiamo delle risorse, forse sconosciute, inaspettate, dimenticate, alle quali possiamo attingere. Ci ricorda che al di là delle limitazioni fisiche possiamo ri delineare una cornice temporale in cui poter pensarci, e un orizzonte prossimo da osservare. Delimitare confini spazio temporali ci permette di contenere l'angoscia e attraversare i sentimenti depressivi accogliendoli come un sacrificio situato in un tempo. Possiamo costruire dei piccoli obiettivi a breve termine, ri definirci mantenendoci orientati al futuro, concederci gratificazioni. Possiamo rimodulare la nostra dimensione personale e relazionale in maniera flessibile, riadattando abitudini nuove, e mantenendo saldi i pilastri significativi della vita, gli affetti importanti, alimentando il senso di rete e vicinanza per placare il senso di inevitabile solitudine ed isolamento. Possiamo dare ospitalità ai nostri sentimenti come legittimi, incontrandoli senza fuggirne. Possiamo imparare a decodificare i messaggi che il corpo ci invia, sostare con noi stessi ed accogliere le nostre emozioni, risuonare con quelle dell’altro, attraverso uno sforzo di comprensione del senso di disagio e di smarrimento nostro e altrui, che ci consente di superare l’alienazione, la rabbia e la frustrazione. La condivisione con l’altro ci permette di attingere a quella funzione di rispecchiamento che fa sembrare meno inconsueta e solitaria la nostra esperienza interna. È possibile così riappropriarsi di un senso di integrità interiore e attraverso esso di un senso di comunità, di appartenenza e vicinanza in cui condividere e soddisfare i propri bisogni. Stanchezza, incapacità di eseguire le prescrizioni richieste, paure e preoccupazioni del singolo possono essere e condivise in un gruppo che può contenerle e permette allo stesso tempo di alleggerirsi, di rafforzarsi l'un l'altro, di darsi appoggio e forza psichica. In questo percorso di accoglienza, di ascolto dei propri bisogni e di identificazione delle proprie risorse, di rispecchiamento con l’altro, anche il supporto psicologico può rappresentare uno strumento coraggioso e prezioso di presa in carico di sé, delle proprie ferite e delle proprie risorse. Questo è il momento di valorizzare, ancora una volta, il coraggio di chi fa la scelta di chiedere aiuto in un momento di malessere. 

 

Foto: Fabio Di Girolami



Luigina Sista



















Note Legali


Velletri Life - www.velletrilife.com

Testata giornalistica registrata con autorizzazione del Tribunale di Velletri n°13/2013 in data 11-09-2013.

Aggiornamenti quotidiani in tempo reale.
Service Provider: Aruba

Per inviare comunicati e segnalazioni:
redazionevelletrilife@gmail.com

Facebook: Velletri Life Giornale

Twitter: VelletriLife

Il sito si avvale unicamente di cookies tecnici


VelletriLife     VelletriLife

CONTATTI: Redazione Velletri Life


Direttore e Proprietario:
Dott. Rocco Della Corte


Orari di apertura della Redazione (su appuntamento)
Sede: Via IV Novembre, 11 - 00049 Velletri (RM)

Dal Lunedì al PSICOLOGIA: 9,30-13,00
Sabato e Domenica: Chiuso.
Redazione web sempre operativa

Modalità di pubblicazione


Le collaborazioni con il Giornale sono da considerarsi del tutto gratuite e volontarie, salvo diverso accordo scritto con la Redazione. Tutti i collaboratori non hanno pertanto introiti e svolgono questo lavoro per sola passione. I materiali spediti in Redazione via email (articoli, immagini, interviste, etc) non verranno in nessun caso restituiti. La Redazione si riserva di pubblicare o meno i contenuti ricevuti a proprio insindacabile giudizio. Per la riproduzione o la citazione di articoli, immagini e/o contenuti è gradita una richiesta specifica via email. Talvolta vengono utilizzate immagini di repertorio tratte dal web: controlliamo scrupolosamente la fonte, ma qualora doveste ravvisare la presenza di immagini di vostra proprietà qui pubblicate inviateci una email e provvederemo a rimuoverle immediatamente.