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CULTURA
29/11/2020

C'è un pezzo di Velletri negli scantinati di Napoli: l'affascinante parabola del Museo Borgiano

di Rocco Della Corte
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C'era una volta un Museo, a Velletri, che adesso continua ad esistere nei sotterranei di un'altra città. Tra le più eminenti famiglie che popolavano il centro veliterno, infatti, si annoveravano anche i Borgia, il cui esponente Clemente Erminio iniziò, forse senza una vera progettualità, la raccolta di reperti e oggetti antichi nell'allora Palazzo Borgia. 

L'abitudine di raccogliere materiali continuò con Alessandro Borgia, fino all'epoca di Stefano Borgia (1731-1804). Quest'ultimo si riallacciò al lavoro svolto dai suoi predecessori cento anni prima e diede vita ad un autentico e unico museo partendo da quell'embrione esistente. L'idea di Stefano, però, era ben più ambiziosa ed innovativa: si voleva infatti trasformare il Palazzo Borgia, nel cuore del centro storico di Velletri, in un museo che esponesse oggetti provenienti da tutto il mondo. Così le culture si univano, e coesistevano in un'unica grande raccolta, che includeva Egitto, Grecia, Etruria, Roma e altri pezzi provenienti da Africa e Asia. Unico modello di museo internazionale in Europa, quello Borgiano divenne tappa fissa del Grand Tour e impressionò Goethe, che - antesignano dei tempi moderni - lamentava la mancata valorizzazione di un gioiello architettonico e culturale come Velletri, a due passi da Roma. I palazzi antichi erano tutti in piedi, il centro storico meno esteso ma interamente composto da costruzioni di alto valore storico. 'Ho ritrovato Menfi nel Museo di Velletri' - dichiarava lo scrittore polacco del Manoscritto trovato a Saragozza, Jan Potocki, mentre lo stesso autore del Viaggio in Italia si dice ammirato del 'museo del cavaliere Borgia, il quale, grazie alla sua parentela col cardinale e alle sue aderenze colla Propaganda, è riuscito a mettere insieme oggetti antichi preziosi ed altre cose curiose: idoli egiziani di pietra durissima, figurine in metallo d’epoca remota e recente, scavate nei dintorni, e quei bassorilievi di terracotta, pei quali si vorrebbe attribuire agli antichi Volsci uno stile tutto proprio…

 

È certamente imperdonabile che un tal tesoro, a due passi da Roma, non sia visitato più spesso'. La Charta Borgiana, uno dei tanti documenti pregiati del Museo veliterno, ha una rilevanza internazionale: risalente al 192 d.C., viene studiata nel 1778 e segna la nascita della papirologia moderna, come ricordato da tutti i manuali in materia che partono proprio dalla Charta Papyracea Graece scripta Musei Borgiani Velitris. Di inventari su quello che conteneva l'esposizione ne sono stati fatti molti, ma la raccolta era in continuo ampliamento tanto che furono necessarie due sedi distaccate: una a Colle Palazzo (Casina Borgia) e una presso il Lapidario, che ospitava tutte le epigrafi, vicino alla badia della Santissima Trinità. La città visse un fermento inedito, con le visite di archeologi, studiosi, filologi e letterati che visitando il Museo potevano trarre innumerevoli spunti di studio. Ricostruire oggi le bellezze esposte a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento a Velletri è difficile, ma le pubblicazioni più recenti hanno individuato la mole di materiali presenti e la loro provenienza: si può affermare con sicurezza che il Museo conteneva antichità etrusche, volsche, greche, egizie e romane, bassorilievi e marmi antichi, iscrizioni, terrecotte, monumenti arabo-cufici, un'area indica, una parte dedicata al sacro e molti cimeli. Il progetto dei Borgia, e di Stefano in particolare, era riuscito a condensare in un'unica città testimonianze della vita e della cultura di tutto il mondo, racchiuse in un palazzo quattrocentesco le cui atmosfere intriganti avevano catturato migliaia di visitatori. La fine di questa storia, così illustre e lieta, non fu delle migliori: alla morte di Stefano Borgia il patrimonio librario si divise tra la Biblioteca Borbonica e la Congregazione di Propaganda Fide.

 

All'inizio del XX secolo tutti i manoscritti sono stati trasportati presso la Biblioteca Vaticana. Prima di essere collocati nelle nuove destinazioni, per fortuna, sono stati catalogati dall'archeologo danese Jorgen Zoega (il volume prodotto è stato pubblicato postumo nel 1810). Sorte peggiore, invece, è stata riservata a monete, iscrizioni, antichità e reperti, che furono venduti da Camillo Borgia al re di Napoli Gioacchino Murat nel 1814. Fu Ferdinando I di Borbone a completare il pagamento e assumere quindi tutti i diritti sul materiale di provenienza veliterna. Lo smembramento della collezione fu uno degli errori più grossolani e clamorosi della storia di Velletri, poiché andò disperso un patrimonio che aveva reso grande la città, meta ambita per intellettuali di ogni rango. Oggi una grande parte della collezione Borgia è riposta nei sotterranei del Museo Archeologico di Napoli, mentre altre cose sono esposte nelle varie sezioni. Periodicamente alcuni pezzi vengono esposti in occasione di eventi particolari, ma una valorizzazione degli stessi potrebbe avvenire proprio a Velletri, patria d'origine del Museo e della Collezione.

 

Con la pratica del Comodato d'uso gratuito dei reperti, infatti, è possibile acquisire almeno una parte del patrimonio e trasferirla a Velletri in esposizione permanente. Gli spazi non mancherebbero, da Villa Bernabei sino ad un eventuale recupero di spazi come la Coroncina, la Casermaccia o il Mattatoio. L'ideale sarebbe l'allestimento di un inventario, per opera di studiosi competenti, delle antichità per le quali si potrebbe pensare ad un trasloco dal capoluogo campano a Velletri, per poi passare all'iter burocratico che l'amministrazione dovrebbe mettere in campo insieme alla Sovrintendenza. Utopia? Le pratiche non sono così difficili, e la volontà di staccare Velletri dagli stereotipi per darle uno stampo culturale e nazionale può ripartire proprio da questa proposta. Abolire la pur inevitabile recriminazione agendo con coraggio e dedizione: così si può riacquistare un pezzettino della grandezza di una Velletri che non c'è più.


















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