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ATTUALITÀ
10/01/2021

Cosa è lo stalking condominiale e quando si configura?

di Giuseppe Mommo - Giurisprudenza commentata
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Nei condomini è fortemente sentita l’esigenza di difendersi da vicini arroganti e prepotenti che condizionano o compromettono la serenità e la salute della propria famiglia.  Negli ultimi anni, per gli “atti persecutori” nei confronti dei vicini di casa, si è fatta strada una nuova ipotesi delittuosa individuata dalla locuzione “stalking condominiale”. Pur in mancanza di una apposita normativa, di individuazione dello stalking come reato applicabile ad angherie e vessazioni tra vicini, l’applicazione dell’articolo 612 bis c.p. è stata estesa dalla elaborazione giurisprudenziale anche al contesto condominiale. Occorre precisare che tale reato non si configura quando si verifica una semplice “lite condominiale”, ma in presenza di atti persecutori capaci di condizionare negativamente la vita della vittima, creando un grave e perdurante stato di ansia, frustrazione e paura per sé o per i propri familiari, così da costringere a cambiare le proprie abitudini di vita. Infatti, tale reato deve essere provato dimostrando: che gli atti molesti ricevuti sono di tipo persecutorio; che sono reiterati nel tempo; che i comportamenti causano danni di tipo psico-fisico; che esiste un nesso causale fra il danno e l’atto persecutorio perpetrato dallo stalker. Se si verifica una situazione del genere, la vittima, entro 6 mesi da quando si è verificato l’ultimo atto persecutorio, può procedere con denuncia-querela presso le autorità competenti. La Corte di cassazione, in diverse occasioni, ha ritenuto configurarsi lo stalking condominiale. La prima investitura dello “stalking condominiale” è avvenuta con la sentenza numero 26878 del 26 giugno 2016 che, per prima, ha condannato per stalking un condomino, divenuto talmente esasperante da cagionare il perdurante e grave stato d’ansia e il cambiamento delle abitudini di vita del vicino. Ad essa si sono aggiunte altre sentenze con preziose indicazioni in merito ai diversi elementi soggettivi e oggettivi del reato. Per la sentenza, n. 20473/2018, una vasta gamma di azioni persecutorie messe in atto nei confronti dei vicini, “non sono mitigate dal presunto esercizio del diritto di proprietà o da esigenze lavorative”. Non ci sono discolpe che tengano. fa “stalking condominiale” chi, “con condotte reiterate minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia e di paura, ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”. Irrilevante, quindi, il movente dell'azione connesso a esigenze lavorative o all'esercizio del diritto di proprietà. All’inizio dello scorso anno, la stessa Cassazione penale, con sentenza 2 gennaio 2019, n. 61, aveva stabilito che per la configurazione del reato di stalking, non è indispensabile un incontro fisico tra vittima ed imputato, sono sufficienti pochi messaggi via WhatsApp ed una telefonata dal tono minaccioso, che portano a modificare le abitudini della persona offesa. Con tale decisione, la Cassazione, nel ribadire i principi già espressi in altre sentenze, chiarisce che - indipendentemente dall’incontro fisico tra vittima e imputato – “il reato di atti persecutori si configura nel momento in cui la condotta minacciosa del reo destabilizzi l’equilibrio psichico della persona offesa”. Con successiva sentenza n. 28340/2019 la Cassazione ha confermato la misura cautelare del carcere emessa nei confronti di due condomini, responsabili di aver partecipato a un disegno criminoso di cui facevano parte altri soggetti, con l'obiettivo di minacciare e molestare un altro condomino e la sua famiglia. La misura cautelare in questo caso è stata ritenuta giustificata “poiché i due condomini molestatori hanno messo in atto atti incendiari che hanno creato nel condominio un grave clima intimidatorio”. Con tale ultima decisione la Cassazione ha chiarito cosa debba intendersi con la locuzione normativa: “condotte reiterate”. Cioè quando la rappresentazione dei singoli episodi criminosi, può integrare la reiterazione prevista dalla norma. Secondo i giudici di legittimità, integrano il delitto di atti persecutori “anche due sole condotte di minacce, molestie o lesioni, pur se commesse in un breve arco di tempo, idonee a costituire la «reiterazione» richiesta dalla norma incriminatrice, non essendo invece necessario che gli atti persecutori si manifestino in una prolungata sequenza temporale”.


















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