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MONDO

sabato 23 gennaio 2021























































ULTIME SENTENZE

Il bullismo è sanzionabile come violenza privata se minacce e prepotenze creano soggezione



di Giuseppe Mommo - Giurisprudenza commentata

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Con il termine bullismo s’intende definire un comportamento aggressivo e ripetitivo nei confronti di chi non è in grado di difendersi. Solitamente, consiste in atti di intimidazione, sopraffazione, oppressione fisica o psicologica commessi, in modo intenzionale, da un soggetto prepotente (bullo) nei confronti di un soggetto debole (vittima). Con la sentenza 5 gennaio 2021 n. 163, la Cassazione ha stabilito che gli atti di bullismo integrano il reato di violenza privata se producono nella vittima uno stato di soggezione e di coercizione della sua volontà. Per delineare il reato in discorso, disciplinato nell’articolo 610 Codice penale, si può dire che la violenza privata è collocata nelle ipotesi delittuose contro la libertà morale, intesa come diritto di ogni individuo di autodeterminarsi autonomamente senza prepotenze e imposizioni psichiche. L’articolo citato punisce con la reclusione fino a quattro anni, chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa. Per comprendere le argomentazioni della Cassazione, è bene delineare come si sono svolti i fatti, facendo cenno agli atti di bullismo, che hanno determinato la condanna del bullo. Nel caso di specie, uno studente minorenne, aveva indotto un compagno di classe, a subire il furto di materiale scolastico, a tollerare calci e pugni reiterati, parolacce scritte sui libri ed una “volgare simulazione dell'atto sessuale da dietro”. Tali comportamenti, hanno fatto scaturire nella vittima un patimento che è l'evento ulteriore (decisivo) che ha determinato la condanna. In prima istanza, il Tribunale aveva riconosciuto il minore colpevole di violenza privata e lesioni ai danni del coetaneo. Decisione che era stata confermata dalla Sezione Minori della Corte d'Appello. Il minore condannato ricorre in Cassazione sollevando tre motivi di doglianza. Con il primo motivo sostiene il non configurarsi, nel caso di specie, del reato ascrittogli e denuncia l’errata interpretazione della norma che punisce la violenza privata. Con gli altri due motivi critica “l’eccessiva afflittività del trattamento sanzionatorio”, nei confronti di un imputato incensurato e contesta alla Corte d'Appello il criterio adottato, nel determinare l'aumento pena. La Corte di cassazione, ha ritenuto palesemente infondato il primo motivo del ricorso, in quanto la sentenza impugnata, dopo aver valutato gli atti di bullismo dell'imputato ai danni della giovane vittima di pari età, ha ritenuto che gli stessi si siano “manifestati in comportamenti oggettivamente coercitivi della volontà della vittima”. Pur riconoscendo la penale responsabilità del bullo, ha rinviato al giudice d’appello per una nuova determinazione, più mite, della pena, ritenendo fondati il secondo e il terzo motivo. Nell’occasione gli Ermellini hanno ribadito che “il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a comprimere la libertà di autodeterminazione e di azione della persona offesa (…) libertà morale come libertà di determinarsi spontaneamente secondo motivi propri, sicché alla libertà morale va ricondotta sia la facoltà di formare liberamente la propria volontà sia quella di orientare i propri comportamenti in conformità delle deliberazioni liberamente prese”. Più precisamente, “La nozione di violenza è riferibile a qualsiasi atto o fatto posto in essere dall'agente, che si risolva comunque nella coartazione della libertà fisica o psichica del soggetto passivo che viene così indotto, contro la sua volontà, a fare, tollerare od omettere qualcosa, indipendentemente dall'esercizio su di lui di un vero e proprio costringimento fisico”. Il reato di violenza privata, come già chiarito dalla giurisprudenza in diverse occasioni, si pone l'obiettivo di tutelare la salute psichica dell'individuo. Il fatto costitutivo del bullismo, non è la minaccia o l’atto violento, anche quando non si esaurisca in sé, bensì la coercizione. Il reato di violenza privata, infatti, scatta quando in conseguenza di diverse azioni si pone la vittima, in una condizione di soggezione psichica.













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