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INTERVISTE

venerdì 12 marzo 2021





































STRESS E INCERTEZZA

Covid e psiche, il monito della psicologa: “Ritagliamoci spazi sani di evasione, la pandemia è terreno fertile per l’ansia”





La terza ondata è ormai data per certa, mentre ad essere incerto è il futuro di tantissimi cittadini alle prese con una pandemia divenuta parte della quotidianità. La dottoressa Barbara Benincasa, psicologa e psicoterapeuta operativa anche al centro Eppur si Muove di Velletri, ha affrontato in questa intervista rilasciata al nostro Giornale cinque macro-temi legati all’epidemia: l’incremento dei disturbi d’ansia, la salvaguardia psichica dell’individuo, le mancanze portate dal covid-19, le possibili vie d’uscita a condizioni patologiche e un corretto uso dell’informazione per non fomentare la paura che è in noi.

 

Dottoressa, la terza ondata sembra cosa sicura e si torna a parlare di lockdown. Questa certezza di ciò che ci aspetta in un immediato futuro può contribuire al peggioramento del livello di stress ed ansia nella popolazione?

Certamente l’annuncio di una terza possibile ondata ha effetti importanti sulla percezione dei disturbi d’ansia e stress. Aumentano il senso di precarietà e di insicurezza, come se fossimo in un ciclo imprevedibile. Ci sono poi quei sentimenti di rassegnazione e abbandono che riducono la percezione di stabilità. Diminuisce, quindi, la capacità di progettazione e pianificazione delle persone, portate ad abbandonare l’idea di un miglioramento della propria condizione di vita. Si mette in dubbio il pensare a lungo termine, tipico della società occidentale. Inoltre la situazione economica, che ha avuto un impatto altrettanto importante, fa sì che si cominci a vivere alla giornata.

 

Quali sono le principali mancanze di un individuo a causa della pandemia e quali le conseguenze di queste mancanze?

La paura dell’altro, la ristrettezza, il timore insinuatoci dalla pandemia ci impedisce di vivere la dimensione sociale dal punto di vista culturale, affettivo, artistico, sportivo. Queste dimensioni sono la linfa di un individuo sano e centrato: ricaricano le energie. Da un anno a questa parte non avviene la “ricarica”, le energie si concentrano sul lavoro, per chi l’ha conservato, o sulla ricerca di soluzioni economiche adeguate. Assistiamo allora ad uno scarico energetico, cioè una riduzione della nostra energia individuale che ha un impatto sull’autostima della persona ed è terreno fertile per ansia, stress e disturbi depressivi.

 

Si è lavorato abbastanza sul concetto di salvaguardia psicologica del cittadino oppure è un aspetto andato troppo in secondo piano?

Non si è lavorato molto, si è pensato maggiormente all’aspetto economico. Le iniziative attuate sono state diffuse sul territorio ma non integrate in un progetto comunitario complessivo. Le cure degli effetti del covid-19 sono state lasciate alla sola iniziativa personale, e a cura di supporti psicologici privati. Chiaramente le ricadute economiche di cui parlavamo anche prima hanno spesso impedito di rivolgersi ad uno psicologo. Siamo di fronte a un circolo vizioso: aumenta la domanda, scarse sono le possibilità di risposta, si alimentano i problemi perché non vengono curati. Un’occasione buona poteva essere quella dei voucher psicologici, ma non c’è più traccia. Si dovrebbe a mio avviso lavorare in due dimensioni: ampliare la capacità di risposta in modo più capillare, coinvolgendo quanti più professionisti possibili sul territorio, e ristrutturare i servizi pubblici potenziando le realtà esistenti e attivandone di nuove. Solo così potremo avere una prevenzione ed una cura del disagio psicologico legato alla pandemia.

 

Nella sua esperienza professionale ha evidenziato un incremento dei disturbi ansiosi o depressivi a seguito della pandemia e del primo lockdown?

Ho evidenziato un aumento delle cronicizzazioni di disturbi d’ansia e più in generale un aggravamento delle condizioni pre-esistenti, acuitesi con il covid-19. In pratica si potenziano i disagi propri di un individuo e occorre trovare risorse per combattere questo flusso negativo, trasformando il circolo da vizioso a virtuoso. È opportuno riscoprire strategie di copyng che aumentano la resilienza e il self-empowerment, alla ricerca di una via d’uscita dal disagio. Questo è complesso, proprio perché siamo in emergenza e si cercano risposte rapide o immediate.

 

Quanto tempo crede ci vorrà per ristabilire la “normalità” che abbiamo perso?

Ci vorrà tempo, mesi o anni, per recuperare una nuova serenità. Gli effetti pandemici sono stati giganteschi, perché hanno colpito i baluardi sociali e affettivi su cui ognuno di noi si definisce e si gratifica. Tutto ciò finirà, ce lo insegna la storia, ma resteranno gli strascichi visibili su diversi piani come ad esempio la paura ossessiva verso la contaminazione, il timore per l’altro, l’ossessività per la pulizia a livello ipocondriaco. Inoltre dobbiamo considerare il senso di sfiducia generalizzata che si può configurare nella paura di esporsi, con conseguente sviluppo di comportamenti ansiogeni o isolamenti auto-imposti che possono implementare stati depressivi. Non dimenticherei la parte sintomatologica: insonnia, errati comportamenti alimentari, cefalea, stanchezza, abuso di sostanze o alcol. Sono sintomi complessi che si devono poi risolvere con un lavoro psicoterapeutico.

 

Che ruolo ha avuto l’informazione con i bollettini, gli speciali, le dirette e la divulgazione di numeri, dati, misure, decreti?

Partendo dal presupposto che l’informazione ha un potere enorme nella percezione degli eventi da parte degli individui, credo che abbia condizionato la risposta al covid. In Italia si è seguito uno stile terroristico e poco tranquillizzante. All’inizio poteva essere giustificabile e comprensibile per impattare sulle condizioni di vita da mutare velocemente. Sarebbe stato poi auspicabile, però, trasformarsi e focalizzarsi sul fornire input adeguati per diffondere una cultura della conoscenza e della consapevolezza intorno al virus. Ciò non è accaduto, come dimostrano ancora oggi i tanti opinionisti che parlano ovunque o le fake news. Quello che viene detto colpisce la parte vulnerabile di un individuo e, per chi non ha molte risorse per elaborare rischia di finire in preda al panico. Ad esempio: ci basiamo sul numero dei morti senza menzionare mai i guariti, e questo aumenta la preoccupazione, il senso del rischio, la sfiducia nelle misure di prevenzione con tutti gli aspetti psicologici connessi. Per non cadere in comportamenti ossessivi o basati sulla sola paura bisogna limitare il condizionamento dell’informazione. Non significa non informarsi, ma farlo con fonti attendibili e di qualità senza vedere tutti i programmi a tema e non guardarli in maniera ossessiva tante volte durante il corso della giornata: ascoltare continuamente le stesse cose aumenta la paura. È fondamentale, inoltre, ritagliarsi spazi di evasione sani che ci rigenerino. Così potremo elaborare in modo critico e contestualizzare.













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