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INTERVISTE

lunedì 15 marzo 2021





































COVID E SOCIETA'

Pandemia e mutamenti, parola al sociologo: “Il covid ha acuito le differenze sociali, non eravamo pronti”





Molta attenzione alla sfera economica, sussidi, ristori, vaccini: la gestione della pandemia è all’insegna dell’emergenza e forse non potrebbe essere altrimenti. Occorre tuttavia mantenere alta l’attenzione anche sul futuro e sui mutamenti di una società travolta dalle difficoltà di ogni tipo. Ne abbiamo parlato con il professor Massimo Pallocca, sociologo, in un’approfondita intervista su quelle che saranno le trasformazioni della nostra dimensione sociale.

 

Professor Pallocca, qual è il ruolo del sociologo in una crisi come questa che ha assunto in brevissimo tempo dimensioni globali e ci ha in qualche modo accomunati?

Il sociologo studia le organizzazioni, la comunità, la società. È la persona deputata all’interpretazione di questi fenomeni tramite la ricerca sociale e l’osservazione di come si evolve la società nella crisi. Ogni crisi è un momento di rottura, ma non se ne esce meglio. Bisogna analizzare il tipo di crisi: strutturale, umanitaria, economica o sanitaria. La pandemia non è un terremoto, che scatena un sentimento di aiuto. In una crisi pandemica la differenza principale è la morte in solitudine dentro un Ospedale. Emerge la solitudine dell’uomo e questo produce istinti non tanto benevoli, istinti di sopravvivenza. Lo vediamo nella lotta all’accaparramento del vaccino, ad esempio.

 

Si è detto più volte che non eravamo preparati a questa crisi. Perché in una società così pronta a cambiare siamo risultati tanto impreparati?

La nostra società non ha più persone che hanno superato crisi simili, come la grande pandemia spagola del 1918. Siamo stati sempre impegnati in pandemie localizzate che ci hanno preoccupato e sfiorato, ma non le abbiamo vissute. Ecco perché dal punto di vista sociologico affrontiamo qualcosa di mai affrontato.

 

Come ha reagito la società di fronte alle privazioni sociali condivise globalmente?

La reazione è connessa al tema del rispetto delle regole. Viviamo in una società molto personalizzata dove la regola è un tabù. Siamo abituati, per cultura illuministica, a pretendere i diritti e la crisi pandemica ha acuito questa cosa. Io ho diritto alla casa, al reddito, all’apertura del mio negozio, all’aperitivo del pomeriggio. I diritti, però, nascono con una controparte, i doveri. Dobbiamo entrare in un’ottica di diritti e doveri, perché altrimenti le differenze sociali e i conflitti generazionali ci faranno uscire dalla pandemia con le ossa rotte. Gridare al diritto è giusto, ma avere un dovere non è sbagliato. Se pensiamo alla dottrina cristiana, non cattolica, a noi sono stati dati dieci comandamenti. Rispettare la legge deve farci piacere perché significa che siamo passati dalla clava alla regola, non vince più il forte sul debole.

 

Sul “come” ne usciremo, c’è chi dice meglio e chi peggio…

Come società sicuramente peggio, perché già prima non stavamo bene. Le differenze sociali sono già troppe. Una società che lascia gente indietro è una società di abbandono, si pretende che tutti siano al passo con tutti: manca una rete sociale. In Italia lo facciamo tramite le associazioni, che sono la spina dorsale del tessuto sociale, ma non basta perché deve essere la politica d’inclusione a dare una visione. Purtroppo abbiamo abbandonato l’istruzione, non intesa come scuola, ma come istruzione all’inclusione. Ecco perché vince il più forte o il più furbo.

 

Tutto questo continuo appello al Governo, allo Stato, alla società può far cambiare il concetto di cittadino e di società, rendendolo magari meno astratto agli occhi della popolazione?

È un problema culturale. Questo paese è avaro di cultura, abbiamo il 48% della popolazione con la terza media e un grosso problema di esclusione da parte della scuola di interi settori della società civile. Dopo il grande salto fatto nel dopoguerra, con uno sforzo incredibile di alfabetizzazione, ci siamo fermati. Non è mai stato studiato abbastanza il Sessantotto, come movimento che ha portato ad un’apertura della società in generale. Oggi bisogna dare sbocchi alla scuola. Abbiamo una secondaria di cinque anni, uno in più rispetto alla media europea. Un’università passata dal ciclo unico al ciclo 3+2, si è aumentato il brodo ma dobbiamo capire che non possiamo permetterci classi di persone che non arrivano all’università per mancanza di basi e classi di persone che escono a 30 anni dopo lauree e master senza avere prospettiva. Se una nazione e una società non capisce che la cultura non è dei filosofi che s’interrogano ma è di chi ha bisogno di chiavi per il mondo da affrontare ne uscirà fuori una lotta tra poveri. Poveri di idee, di contenuti e di soldi.

 

Società e social: è cambiata la partecipazione alla politica con le piattaforme telematiche?

I social sotto certi aspetti seminano odio, il mio è un giudizio in chiaroscuro. È uno strumento utile e con una grande forza, può dare impulso alla conoscenza. Spesso però è cassa di risonanza dell’odio e della ricerca di visibilità. Internet è la cosa che più ha cambiato la società moderna. Però c’è un doppio problema: i social da un lato sono anarchia, dall’altro non possono essere liberi perché altrimenti danno sfogo ai primordiali istinti. Come se ne esce? Col discorso culturale. È ancora più necessario dai social ma arriva alla politica. È passato questo messaggio dell’uno vale uno. Secondo me non può essere. Un bravo sociologo non è anche un bravo latinista, posso scrivere un libro con i miei pensieri ma non sono certo Manzoni. Non si può pensare che tutti possano fare tutto. Se ci guardiamo intimamente dentro capiamo che non esistono i tuttologi, esistono solo strumenti come internet che ci permettono di avere conoscenze maggiori in campi non nostri se si è curiosi.













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