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INTERVISTE

lunedì 22 marzo 2021





































AFFRONTARE LA PANDEMIA

Pandemia e disturbi fisici, l’osteopata: “L’unità della persona per non far cronicizzare i nostri disturbi”





Il repentino cambiamento di abitudini al quale abbiamo assistito da un anno a questa parte ha esacerbato in tantissime persone condizioni di stress psico-fisico perduranti da tempo. Dolori muscolari, fastidi vari, cervicalgie: spesso non rappresentano nulla agli occhi del radiologo, che trova la nostra ‘lastra’ perfetta, ma ci danno molto fastidio. L’osteopata dottor Francesco Cerci mette in relazione, in quest’intervista, le condizioni ambientali pandemiche e l’essere umano, al centro della cura osteopatica nella sua interezza e integrità.

 

Dottor Francesco Cerci, l'Osteopatia si concentra sulla diagnosi, il trattamento, la prevenzione dei disturbi somatici. La pandemia ha alimentato questi disturbi?

L’Osteopatia è una terapia manuale complementare alla medicina classica, incentrata sulla salute della persone piuttosto che sulla malattia. Per questo si avvale di una diagnosi funzionale e non clinica, che spetta invece al medico. Prevede un approccio causale e non sintomatico ricercando le alterazioni funzionali del corpo che portano al manifestarsi di segni e sintomi, i quali vanno a sfociare in dolori di vario genere. Il fine è il ripristino dello stato di salute e prevenzione della malattia. Sebbene l’approccio terapeutico enfatizzi la gestione completa del paziente dobbiamo prestare attenzione al recupero del benessere idoneo all’età e al potenziale di salute del paziente. La pandemia in tal senso ha aumentato i disturbi muscolo-scheletrici, su cui intervenire ricordando che la cura poi del paziente non è esclusivamente biomeccanica visti i cinque modelli di riferimento osteopatici, cioè il respiratorio, il circolatorio, il neurologico, il metabolico-energetico e il comportamentale.

 

Rispetto al passato, nella tua esperienza hai notato sintomatologie diverse da quando siamo alle prese con il covid? In altre parole, i pazienti ti sottopongono problemi diversi e di natura più complessa rispetto a prima?

I pazienti non si sottopongono con problemi diversi i motivi di consulto, piuttosto hanno avuto o stanno avendo un’incidenza maggiore determinate sintomatologie quali mal di schiena, le lombalgie, le cervicalgie. Per quanto riguarda disturbi di natura più complessa, assumono caratteristiche diverse dal solito e sono causati da un’origine non specifica e da una durata del sintomo importante. I pazienti tendono anche a sviluppare stati di cronicità determinanti l’attivazione di altre componenti quali quelle psicologiche, sociali e biologiche. In questo faccio una differenziazione: le componenti psicologiche includono umore, stress, coping (adattamento della persona alla patologia), quelle sociali invece includono fattori culturali, ambientali, economici, le relazioni). Tra i fattori biologici sono diffusi quello infiammatorio, quello nocicettivo e l’aggravamento della malattia nei pazienti con cronicità, ovvero dolore che si manifesta da almeno tre mesi.

 

Più che un trattamento, tu lavori su un percorso con il paziente: quali sono le tappe e gli obiettivi che di solito cerchi di fissare per accompagnare in un processo in avanti il paziente?

L’obiettivo che mi prefisso è di prendermi cura della persona nel suo insieme. Oltre all’individuazione del problema e della cura di questo, esploro anche i fattori della persona e della sua vita che potrebbero aver contribuito al sintomo e che se adeguatamente modificati, compensati o eliminati potrebbero favorire il recupero e prevenire le ricadute migliorando lo state di salute generale. Quindi scelgo il fattore o la combinazione di fattori prontamente suscettibili al cambiamento e sufficienti a influenzare il passaggio verso il recupero e il miglioramento dello stato di salute. La genetica, la nutrizione, la psicologia comportamentale, l’uso/la trascuratezza o l’abuso del corpo e della mente oltre alle abitudini occupazionali e ambientali sono tutti fattori fondamentali. Alcuni di questi rispondono ad un intervento clinico, altri ad azioni sociali o governative, altri ancora necessitano di cambiamenti da parte del paziente. La cura osteopatica in toto è un rapporto di collaborazione medico/paziente.

 

La relazione tra il corpo, la mente e lo spirito ha trovato nuova linfa con la pandemia, che in qualche modo ci ha costretto a rivedere da vicino i nostri bisogni fisici e psicologici, oppure è stata soppiantata dalla paura?

Non credo che la relazione tra corpo mente spirito sia stata soppiantata dalla paura. Anzi ci ha costretto a rivedere da vicino i nostri bisogni e questo ha avuto effetti potenti sugli individui. Per esperienza ho visto che la condizione di vita in atto è diventata un fattore determinante in alcuni pazienti per migliorare se stessi e lo stile di vita, riponendo attenzioni particolari sulla nutrizione, sull’attività fisica, sulla spiritualità. Quest’ultimo fatto è testimoniato dai dati incoraggianti di persone che dedicano parte del loro tempo alla meditazione o allo yoga.

 

Quali sono i fattori che maggiormente minano l’equilibrio fra struttura e funzione?

Il principio di struttura e funzione è l’unità del corpo, centrale nella pratica osteopatica poiché afferma che ogni parte del corpo dipende dalle altre per il mantenimento della sua funzionalità ottimale e della sua integrità. Per quanto importante e valido, però, è incompleto perché si limita al regno fisico. La ricerca clinica e biomedica, e naturalmente l’esperienza giornaliera, riconosce ampiamente che quanto avviene nel corpo ha ripercussioni nella mente e viceversa. Perciò preferisco come gran parte degli altri professionisti parlare di unità della persona e non del corpo. I disturbi strutturali e funzionali che maggiormente minano questo equilibrio sono di origine posturale, traumatica e comportamentale.

 













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