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MONDO

venerdì 2 aprile 2021





































SENTENZA CHE FA NOTIZIA

Mentire sull'autocertificazione non è reato? La sentenza che ha fatto scalpore è giusta



di Giuseppe Mommo - Giurisprudenza commentata

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Questa settimana voglio commentare per i lettori di Velletri Life una sentenza che ha suscitato scalpore. Basta leggere i titoli dei principali giornali del 25 – 26 marzo. Corriere della Sera: “Autocertificazione, mentire per giustificare gli spostamenti non è reato”. La Stampa: “Autocertificazione, mentire non è reato: lo stabilisce un tribunale”. La Repubblica: “Dichiara il falso nell'autocertificazione, il gup lo assolve: ‘Non c'è obbligo di legge di riferire la verità’ “. Il Fatto Quotidiano: “Fermato in pieno lockdown, scrive il falso nell’autocertificazione: il gup di Milano lo assolve perché “non c’è obbligo di dire verità””. E poi sulla stesa linea tutti gli altri giornali. Il mio intento, questa volta, è quello di far capire, prima di riportare e commentare la parte incriminata della sentenza, come con i titoli dei giornali si possa, anziché informare, fare disinformazione. Con titoli ad effetto, e in questo caso, purtroppo, non solo con i titoli, anche con l’inadeguato contenuto degli articoli. Veniamo al fatto “scandaloso”. A marzo dello scorso anno, in pieno lockdown, un giovane di ventiquattro anni era stato fermato e aveva mentito, scrivendo nell’autocertificazione che stava tornando a casa dal lavoro anche se quel giorno, come successivamente è stato accertato, non era di turno. Per questo il giovane era finito a processo per rispondere del reato di falso. La giudice delle indagini preliminari (in acronimo GIP) di Milano, Alessandra Del Corvo, preposta a decidere sulla richiesta del pubblico ministero di rinviare a giudizio l'indagato, non ritenendo configurarsi il reato di falso (art. 483 c.p,) lo ha assolto perché “il fatto non sussiste”. Secondo la gip, non essendoci una legge approvata dal Parlamento, ma un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM). a sancire l’obbligo di fare un’autocertificazione per circolare durante l’emergenza Covid, peraltro, senza la previsione di una specifica sanzione per chi non avesse detto la verità, e quindi per il caso di dichiarazione falsa, l’imputato, pur avendo dichiarato il falso, non poteva essere condannato. Per questi motivi, nella parte “incriminata” (presa di mira) della sentenza afferma: “è evidente come non sussista alcun obbligo giuridico, per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate, di ‘dire la verità’ sui fatti oggetto dell’autodichiarazione sottoscritta, proprio perché non è rinvenibile nel sistema una norma giuridica sul punto”. Certamente il concetto, così come è stato espresso, appare contorto e si poteva motivare meglio. Facendo capire a tutti che l’autocertificazione priva di fondamento giuridico idoneo doveva essere considerata un documento senza valore. Voglio sperare che tale motivazione bislacca non sia stata voluta per finire sulle prime pagine dei giornali. Decisione però ineccepibile perché il DPCM nella gerarchia giuridico-istituzionale è di rango inferiore rispetto alla legge approvata dal Parlamento. Peraltro, è previsto che “deve essere prescritto dalla legge, che ne determina i principi direttivi generali”. Quindi, in quanto atto amministrativo, può riguardare questioni tecniche, sia dettagliate che generiche, relative generalmente ad un settore specifico. Può avere anche un contenuto particolare o discrezionale (per esempio quando disciplina le nomine dirigenziali); ma considerata la sua limitata funzione, non può determinare l’arresto di una persona. In sintesi, con una decisione diversa la giudice, tanto criticata, avrebbe palesemente trasgredito la Costituzione la quale prevede che “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso” e che “nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge” (art. 25). Tutti gli avvocati sanno, come tutti coloro che hanno studiato giurisprudenza, che il diritto penale è pervaso da principi contenuti nella Costituzione e nelle Convenzioni internazionali ratificate dall'Italia. Di testi sui cosiddetti “principi costituzionali e generali del diritto penale” sono piene le biblioteche delle facoltà di giurisprudenza e degli uffici giudiziari. A discolpa della GIP c’è anche da dire che gli esperti di diritto, quasi all’unanimità, sin da subito hanno detto, certamente sottovoce, considerata la situazione in cui eravamo precipitati, che un DPCM non poteva vietare di uscire di casa. Non è poi la prima sentenza che va in questa direzione. Già a gennaio il giudice Dario De Luca, gip del tribunale di Reggio Emilia, aveva prosciolto (senza suscitare tanti clamori!) una coppia fermata a un posto di blocco in pieno lockdown, che aveva esibito un’autocertificazione falsa, ritenendo il DCPM anti-Covid. non idoneo a determinare la condanna. Un altro giudice ha fatto osservare che un DPCM non avrebbe potuto imporre un “obbligo di permanenza domiciliare” che “nel nostro ordinamento giuridico consiste in una sanzione penale restrittiva della libertà personale che viene irrogata dal giudice penale per alcuni reati all’esito del giudizio”. Infatti, adesso, le regole del lockdown vengono approvate con un Decreto Legge, che è un atto normativo con valore di legge, per il quale ci dovrà essere la conversione in una legge approvata dal Parlamento. Quindi dov’è lo scandalo? Concludo con un’altra domanda. Si può pensare ad una forma di “sessismo”, che è la tendenza a valutare la capacità o l'attività in base al sesso? Se ci sono perplessità da chiarire o domande sono pronto a rispondere nel gruppo Facebook Velletri Life Giornale.













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